martedì 26 agosto 2014

La "cura del freddo" per i neonati a rischio durante il parto.

Si chiama ipotermia terapeutica o baby cooling, il raffreddamento controllato a 33.5 C° dei neonati che hanno avuto problemi di ossigenazione al cervello durante il parto ed è una pratica che viene adottata nelle prime sei ore di vita del neonato, poiché in questo modo è possibile prevenire o limitare il danno subito dal sistema nervoso.

L’asfissia perinatale si può verificare quando il neonato non riceve abbastanza ossigeno e quando riguarda il sistema nervoso centrale (perchè può anche riguardare un organo in particolare) si parla di encefalopatia ipossico-ischemica. Si tratta di una situazione che condiziona pesantemente la salute del bambino e può anche portare alla morte. Se il bimbo sopravvive può essere affetto da disabilità motorie e intellettive purtroppo.

In particolare questo pericolo può presentarsi in caso di distacco prematuro della placenta, se il cordone ombelicale si attorciglia intorno al collo del feto o se il bambino non riesce ad incanalarsi correttamente durante il parto. 

Da qualche anno, questo metodo di “recupero” è praticato anche in Italia e uno dei primi ospedali pediatrici a cominciare è stato il Bambin Gesù di Roma. Infatti si è scoperto che l’abbassamento della temperatura corporea (in condizioni monitorate naturalmente) può aiutare il sistema nervoso del neonato a reagire alle conseguenze di una mancata ossigenazione al momento del parto.

Il bambino viene adagiato su un materassino refrigerante che attraverso un macchinario mantiene costante la temperatura interna dell’organismo a 33.5° appunto. Tutto in un ambiente sterile per 72 ore sempre sotto controllo medico. Il piccolino viene sedato in modo da non fargli risentire i disagi provocati da questo abbassamento. E’ proprio questa condizione che riduce il metabolismo del cervello , cioè la continua produzione di radicali liberi, sostanze tossiche che vengono rilasciate durante la respirazione e durante l’intera vita delle cellule, in modo da bloccare il processo di morte delle cellule nervose limitando così il danno cerebrale.

E’ un tipo di terapia che viene utilizzata anche per gli adulti che hanno subito una sofferenza cerebrale dovuta ad un arresto cardiaco. 

Fortunatamente la ricerca scientifica continua a fornire strumenti utili a migliorare la vita di tutti noi e non solo, in alcuni casi anche a salvarla. E’ questo il caso secondo me. Perchè intervenendo repentinamente si possono evitare disabilità (o comunque limitarle molto) che condizionano l’intera esistenza di un bambino e della sua famiglia. 

Si sta cercando di portare il tempo di intervento oltre le sei ore, perchè purtroppo molte volte gli ospedali non sono attrezzati e il trasferimento del piccolo paziente necessiterebbe di più tempo.

Io personalmente conosco ragazzi che hanno avuto diversi problemi causati da un’asfissia di pochi secondi durante la nascita e pensare che ad oggi, dopo 10/15 anni da quegli episodi, si sia trovato (e si sta ancora studiando per migliorare) un modo per soccorrere i neonati colpiti da questo destino, mi fa ben sperare, mi fa guardare alla nostra sanità in modo un po’ più positivo…

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